Diaries Notes and Sketches – Jonas Mekas

La figura di H.D Thoreau ha senza dubbio rappresentato uno dei punti di svolta nel contesto letterario americano del XIX secolo: esemplare a suo modo inedito di natural writing, è riuscito a imbastire opere divise tra la realtà tangibile e i loro significati spirituali, definendo il passaggio tra la fine della pastorale del Vecchio Mondo e l’avvento culturale del concetto di wilderness.

Abilissimo autore di travel writings, nei suoi scritti imprescindibile è il valore universale della natura, simbolicamente destinata a connettere messaggi divini e spirituali: Walden ne è perfetta esemplificazione. Jonas Mekas, condottiero del New American Cinema d’origine lituana, sceglie di lasciarsi ispirare – in maniera più selvaggia e parimenti metropolitana – dal testo di Thoreau: sorge così un impero ideale al cui interno irrobustisce una percettibile dimostrazione di lampi, sentimenti e ricordi, frutto di anni di riprese in un arco di tempo che va dal 1964 al 1968.

Nella seconda metà degli anni Cinquanta supervisiona la lavorazione delle due versioni di Shadows, impressionante esordio nel lungometraggio di John Cassavetes e manifesto di una libera modalità di intendere cultura, economia e storia del mezzo cinematografico: The film you have seen was just an improvisation, si legge sul finale.

 

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E l’improvvisazione, legata all’immediatezza dell’immagine in quanto unica e irripetibile nella propria rappresentazione, costituisce una delle chiavi interpretative più oneste e intuitive di Diaries, Notes and Sketches (Walden), opera sinestetica forgiata sul culto della sensazione e spalmata su sei rulli, che consentono all’autore lituano di cristallizzare figure e volti di una porzione di vita tramite un apparato tecnico disposto a incantare frame dopo frame.

Mekas – con incredibili abilità quasi cartesiane nel creare visioni e motivazioni ardite e meravigliose – si riappropria del rapporto con l’universo: crea una consistenza che esiste poiché filmata, riproposta e reinventata. Ecco che le cene, la sequenza al circo, la bocca di Allen Ginsberg, Stan Brakhage beffardo tra i boschi, i Velvet Underground e tutte le altre folgorazioni restano impresse dentro bagliori di eternità che Mekas inquadra con antico candore, conservandole vivide nel tempo; l’ultimo dei tre matrimoni filmati, forsennato e sudato sotto psichedeliche luci blu, è il destabilizzante ma provvidenziale ritratto di quello che sarebbe diventato il cinema americano da lì a poco.

Accompagnato da Haendel e Chopin, Mekas viaggia tra simulacri autobiografici con dedizione e affetto: indimenticabile e quasi dolente il suo indugiare sulle mani di Dreyer e sui piedi di John Lennon e Yoko Ono, malinconico il ricordo della factory di Wahrol e di ninfe ammalianti come Nico e Edie Sedgwick.

Ritorna, per due volte, Feed the Birds, dalla soundtrack di Mary Poppins: sulle scene al parco, sotto la neve, la felicità è esemplare – forse inevitabile.

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